Ho perso la direzione del nord.

Hospice è una parola che suona come una riva. Lì il tempo non scorre: si ferma e ti guarda. Anche il respiro cambia natura, diventa come una lettera che ha dimenticato l’alfabeto. Papà, quando ti chiamavo casa eri già una soglia, già altrove. Ti ho stretto come si stringe un’ombra che si ama, sapendo che non si può trattenere davvero.
Il tuo corpo stava imparando un’altra grammatica, fatta di pause, di silenzi, di segni che non sapevo più leggere. Eppure era il silenzio a dirti più di me, a custodirti con una precisione che le parole avevano ormai perduto.
Poi sei andato via. Il mondo ha fatto finta di non accorgersene, ha continuato come se nulla fosse. Io no. Io ho perso la direzione del nord, il senso dell’orientamento dentro le cose. Ho capito che l’assenza non è vuoto: è una presenza che brucia senza fiamma, che resta senza potersi vedere.
Ti cerco nelle cose che non rispondono, nei gesti sospesi, negli spazi dove prima c’eri tu. Nei film western, nei Diabolik lasciati lì, sul tuo comodino, nelle note di una vecchia canzone senza tempo, nel profumo del legno appena lavorato, nella telecronaca di una partita del Lecce.
Forse è questo che significa pregare: continuare a cercare, anche senza risposta.





