Scrivo per restare.
C’è stata una stanza senza orologi, un luogo in cui il tempo si è seduto a terra e ha smesso di contare. In quello spazio le parole hanno perso peso: non erano più suoni sicuri, ma oggetti fragili, vetro sottile tra le dita, pronti a incrinarsi al minimo gesto. Qualcosa se n’è andato lasciando la porta aperta, e da allora il silenzio ha imparato a camminare per casa, a occupare gli angoli, a farsi presenza. La scrittura è rimasta lì, come una sedia vuota che nessuno osa spostare, segno di un’assenza che non si riesce a nominare.
Oggi non torno davvero: mi avvicino soltanto. Lo faccio con mani nuove e con una voce che passa attraverso le crepe, con il passo incerto ma deciso di chi attraversa la nebbia senza pretendere di vederne la fine. Scrivo perché il vuoto non sia soltanto vuoto, perché abbia un margine, una forma abitabile. Scrivo per restare.


